Per me era perfetto. Un lavoro notturno, noioso e senza responsabilità. Anche per i miei genitori fu un sollievo. Già traumatizzati dalla scelta della mia facoltà, sapere di un'entrata che avrebbe alleviato il loro portafoglio fu una manna. Sapere che la mia scelta di fare Lettere e Filosofia — tanto sconsigliata da un mio zio impiegato al Comune proprio per la difficoltà di trovare lavoro — iniziava a dare dei frutti, poneva fine a tutta una serie di telefonate ansiose condite di consigli su indirizzi più redditizi.
I miei voti erano alti e questo mi fece apprezzare da vari professori. In particolare da quella di Filosofia Greca, che mi prese a benvolere. Capì che per me era impossibile continuare a studiare in quelle precarie condizioni: lo studentato era vecchio e fatiscente, senza considerare quella stanza diventata ormai invivibile. Per scrivere la tesi, per come la voleva lei, avrei avuto bisogno di silenzio, tempo, mente sgombra e la possibilità di accedere ai testi. Così, grazie a lei, passai la selezione come custode notturno della biblioteca della facoltà. In un colpo solo ottenni un lavoro, silenzio e tutti i libri a disposizione. Cosa poteva andare storto?
Io sono Jonathan Draier e questa è la mia storia.
Arrivai sulla soglia del portoncino di servizio. Il mio collega mi vide dal monitor e fece scattare la serratura. Non era la prima volta che venivo qui, figuriamoci, ma la sera — con la luce opaca di una lampadina a basso voltaggio e il tempo grigio e freddo — rendeva un'atmosfera sospesa tra un noir anni '50 e un film di Fellini.
La Biblioteca è un antico edificio di stile non definito, tra il medievale e il gotico, reso più efficiente da alcune modifiche in epoca fascista. Giovanni, il mio collega, mi accolse freddamente: un uomo sulla quarantina, stempiato e alto, un po’ stronzo; la sua divisa era stretta e logora come la sua gioia di vivere. In maniera distante e annoiata mi mostrò il lavoro, accennando qua e là a un cognato che aveva fatto la mia stessa domanda. Prima passò alla guardiola con i monitor e le spie del quadro antincendio, poi passammo al giro che ogni due ore avrei dovuto fare.
La cosa che subito mi stupì fu la differenza tra i locali adibiti al pubblico — con un’architettura sobria, alti scaffali in legno e decori antichi ben ristrutturati — e la zona del personale. Quest'ultima era illuminata da una nevrotica luce al neon, con le mura in calce bianca macchiate da ditate e strisciate dei carrelli. Ci fermammo nella zona "relax", come la chiamava lui: lì mi mostrò i distributori di caffè. Il disordine regnava sovrano: vecchi carrelli arrugginiti, tavolacci con ammassate macchine da scrivere e libri, moltissimi libri vecchi e rovinati, sparsi ovunque in scatoloni.
Giovanni, durante il giro, mi accennò del vecchio custode e di come nessuno capì mai perché non accettò mai di far ruotare i turni, pretendendo ostinatamente il lavoro notturno. Dissi che anche io lo preferivo. «Come mai?» mi chiese. «Mi sto laureando, devo studiare per la tesi...» «Ah bene, anche mio cugino, è a Legge...» «Io in Filosofia...» E lui, un po’ stupito: «Beh... tanto ormai il lavoro ce l’hai». Sì, era molto stronzo. Dopo mezz'ora mi lasciò.
Cominciai ad organizzarmi sistemando gli appunti sulla scrivania. Accesi una sigaretta e mi concentrai. Il silenzio era assordante, rotto qua e là dalla pioggia che scrosciava sui vetri. Ma quella solitudine, pian piano, cominciava a pesarmi e, paradossalmente, a distrarmi.
Cominciai il primo giro, controllai le uscite di sicurezza e dopo un'ora tornai a sedere. Dovevo creare un ambiente più confortevole. Spostai due piante, presi un tavolino e una lampada da tavolo dal magazzino. La stanza cominciò ad avere un aspetto meno triste. Mi riaccesi un’altra sigaretta, soddisfatto, e partii per il secondo giro. Al mio ritorno accesi la lampada sulla scrivania, spensi la fastidiosa luce al neon e mi sforzai di studiare.
Immerso nelle varie teorie, appuntavo meticolosamente ogni analogia che mi avrebbe portato a creare un ponte tra la filosofia e la fisica. Quando... Ecco, avete presente quando, quasi addormentati, venite infastiditi dal ronzio di una zanzara? Ebbene, in quell’immane silenzio c’era di nuovo qualcosa che mi distoglieva dal lavoro. Alzai lo sguardo: dal buio brillavano soltanto i monitor. C’era qualcosa che mi inquietava. Mi alzai, andai alla finestra e mi misi l’ennesima sigaretta alla bocca. Ma non appena detti fuoco, la fiamma rivelò nel riflesso del vetro che c’era qualcosa dietro di me.
Mi girai lentamente e mi accorsi che lì, nell’angolo più buio della stanza, c’era un volto. Sì, un volto pallido, affusolato, scarno, con una lunga ciocca di capelli albini. Gli occhi bianchi, grandi, con una piccola pupilla nera che sembrava disegnata. Quel viso stava a fissarmi, immobile, con un ghigno inquietante.
Un brivido gelido mi pervase. Immobile e terrorizzato, accennai qualche parola confusa. Nessuna risposta. Chiusi gli occhi, ma fu peggio: sentivo il suo sguardo infilzarmi come la mannaia di un boia. In un colpo d’ira presi la lampada e la diressi verso il mio aguzzino. Non appena la luce lo toccò, scomparve.
«È finita», pensai. Sconvolto ed esausto, mi sedetti. Ma non appena mi girai la ritrovai: ora era sopra una delle piante, di nuovo difesa dal buio, con un ghigno ancora più maligno. Sentii di nuovo i suoi occhi stuprare i miei. La stanza cominciò a scomparire, vedevo solo lei. Poi qualcosa scattò. Mi alzai e mi scagliai contro quella figura. Mentre mi avvicinavo, la vidi mutare in una maschera di odio. Mi avventai, ma inciampai e, cadendo, colpii l’interruttore della luce.
Il neon bianco cancellò completamente l’oscurità. Tutto tornò normale. Rimasi lì rannicchiato in una notte eterna, fino all’alba.
Il mattino seguente mi svegliò Nando, l’altro collega. Vedendomi pallido e spossato, si preoccupò. Andammo a prendere un caffè e gli chiesi del vecchio guardiano, il signor Raffaele. «È una strana storia», disse Nando. «Ha lavorato qui solo un mese. Ogni mattina lo trovavo sempre più magro e pallido. Ora è in ospedale, in coma. La cosa strana è che di giorno pare migliorare, ma la mattina lo trovano con gli occhi spalancati e pallido come un lenzuolo.»
Tornai nella guardiola a prendere la mia roba. Mentre uscivo, notai che la pianta sotto cui era apparsa la cosa era totalmente appassita. Uscii di fretta. Non potevo mollare, c’era troppo in gioco. Ma cos’era quella cosa? Passai la mattinata sotto la doccia calda, sentendo il bisogno di pulirmi da quel sudore fetido. Ero stanco morto, ma dovevo capire.
Andai al policlinico. Raffaele era in terapia intensiva. Parlai con la moglie: era serena, diceva che finalmente lui aveva superato la notte senza crisi. Tanto mi bastò. Nel tragitto ragionai: se avessi tenuto la luce accesa, forse la cosa non mi avrebbe attaccato. Ma come avrei fatto a sopravvivere a un’altra notte?
Lo scatto metallico fece aprire la serratura. Entrai. Giovanni mi salutò con un gesto mentre se ne andava senza dire una parola. Era uno stronzo, si era capito. Ero di nuovo solo, difeso unicamente da una nevrotica luce al neon. Ma la percepivo. Lei era lì, nascosta in un'ombra non raggiunta dalla luce. Sento i suoi occhi vacui e il sorriso malvagio.
La sento. Ma non sono pronto…
.… to be continued!
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