Faccio questo lavoro da almeno 18 anni e devo dire che di cose strane non me ne sono mai capitate. In fondo è tutta routine: sali su una locomotiva, la fai partire e porti il treno dal punto “A” al punto “B”. Tuttoiii qui.
Io sono Jonathan Draier e questa è la mia storia.
Quella notte tutto sembrava normale. Arrivai alla
stazione centrale in perfetto orario. Era novembre e faceva un freddo cane, ma quella sera pareva che il cielo avesse voluto regalarmi le stelle più belle e una luna piena splendente come i gioielli delle ricche aristocratiche. Dio, che notte strana.
Come al solito Leeroy, il mio capo servizio — un ragazzo
sulla trentina con la divisa immacolata come quella di un ufficiale, alto, palestrato e pulito come un manichino — mi stava aspettando in ufficio. «Cavolo, Jeidrey, sono quasi le dieci! Il convoglio deve partire tra mezz'ora, ma ti sembr...» «Ciao Leeroy...» Lo ignoro e vado dritto alla macchina del caffè. «Ascolta Draier, se credi che io sia come gli altri che ti parano il culo per una bottiglia di contrabbando, ti sbagli. Io pretendo ordine e puntualità. La storia è cambiata...» «Ok, ok... calmati. Dammi i documenti e i viveri. Il convoglio è già pronto al binario 12.» Stavolta si incazza davvero, pensai. «PRONTO?! COME PRONTO DA STAMATTINA?! Perché nessuno me l'ha detto?» uscì dalla stanza urlando e sbraitando.
Guardo dalla finestra la ferrovia che brilla alla luce
pallida della luna. Tutti quei binari sembrano un fiume d’argento. Che silenzio. Stasera la ferrovia sembra chiamarmi. Ma vengo subito risvegliato dal cellulare. Rispondo: «Pronto... sì, salve... Allora, il convoglio si fermerà per dieci minuti allo scambio del chilometro 24. Ci vedremo là con i soldi... La metà?! Come la metà? No, non era nei patti!» Intanto Leeroy rientra nella stanza. «Ok, va bene... ma siate puntuali o non se ne fa niente.»
Ho 48 anni e passo la vita in cabina a fare su e giù per
il paese. Non ho una famiglia né una vera vita sociale. Alla fine del mese ho i soldi sì e no per non morire di fame, così sfrutto la mia “professione” per qualche affaruccio. Ma se questo va in porto, pensai, mi do una ripulita. Lascio questo schifo di lavoro, dimagrisco dieci chili e mi compro un vestito su misura. La gente dovrà dimenticarsi del vecchio ferroviere con la tuta lurida e il cappottone di finto montone.
Il mio lavoro lo so fare bene: contrabbando qualunque
cosa. Una volta trasportai dodici pappagalli indiani nel cesso della locomotiva. Bel colpo. Due giorni fa, mentre ero ai mercati generali a litigare con un tunisino per una partita di Rolex contraffatti, fui avvicinato da due strani monaci. Nonostante il saio, il loro aspetto non mi sembrò normale. Erano altissimi, almeno due metri, e il volto era nascosto dal cappuccio. Avevano bisogno di qualcuno per portare di nascosto una persona nella "grande città dell’Est". Mi diedero un biglietto con una cifra considerevole e una busta piena di bigliettoni come acconto. Accettai.
Arrivati alla locomotiva, Leeroy mi fece l’ennesima
cazziata per il mio televisore portatile. Controllai le spie e partii. Come previsto, al chilometro 24 il semaforo era rosso. Fermai la locomotiva e scesi. Dal buio scorsi tre figure. Uno di loro si avvicinò: era un vecchietto dall'aspetto mite, con una barba bianca curata e un cappotto di velluto blu. Portava un valigione di cuoio e una valigetta nera. «Lei è il mio passaggio?» mi chiese. «Sì. Ha i soldi?» Mi passò la valigetta. La aprii e vidi lo spettacolo più orrendo: milioni di banconote tagliate perfettamente a metà. «Che scherzo è questo?» gridai. «È la metà. Non sapevamo se potessimo fidarci. Dentro troverà l'indirizzo per avere il resto.» Il segnale di via libera si accese. Il nostro viaggio cominciò.
Pochi accettano la linea 560 di notte. Per la maggior
parte del percorso si fa su e giù per le montagne, tra nebbia e alci che spuntano d’improvviso. Il convoglio sfrecciava tagliando la notte come il rasoio di un assassino. Il mio passeggero si era sistemato sulla brandina dietro il posto guida, composto, col suo enorme valigione sempre sotto controllo. Presi la valigetta con i soldi dimezzati e cominciai a esaminarli. Il vecchio si destò dal suo trance: «Inutile provarci... sono tagliate tutte per lo stesso verso». «Almeno ci provo. Ma perché?» «Con una tale somma, caro amico, non avreste più bisogno di lavorare.» Continuò: «Visto che viaggeremo per ore, c'è una toilette? Vorrei rinfrescarmi e assicurarmi che la valigia non ballonzoli durante le curve». Lo rassicurai: eravamo in rettilineo verso il ponte Weellmoor. Mentre andava in bagno, notai che teneva in mano un beauty-case in pelle di coccodrillo. Da dove l'aveva preso?
Pensai di ricavare un "extra". Mi avvicinai al
valigione, pesantissimo. Slacciai una fibbia e infilai la mano in una fessura. Mi aspettavo gioielli, ma toccai qualcosa di morbido e setoso. Capelli. Erano capelli! In quel momento il vecchio tornò e vide la scena. Impazzì. «Maledetta avidità! Non le bastavano i soldi?» Mi colpì con una forza impensabile, scaraventandomi sulla consolle. «Lei non ha idea del guaio in cui ci ha cacciati!» Spense le luci e cominciò a leggere una strana messa in latino o greco, spargendo una polvere bluastra attorno al bagaglio. Era terrorizzato. D'un tratto, qualcosa fece sobbalzare la locomotiva. Ci fu un corto circuito. Perdei conoscenza.
Mi risvegliai con la luce d'emergenza. Il treno era fermo
in mezzo al ponte Weellmoor, a 150 metri d'altezza. Il vecchio piangeva: «La prego, faccia partire il treno! Non abbiamo tempo!». Riuscii a riavviare i sistemi e fu allora che lo sentii: un lamento sommesso. Dolce e triste. Era il pianto di una bambina. Guardai il vecchio, sconvolto: «Cosa c’è nella valigia?». Lui estrasse una pistola dorata col manico in madreperla: «Non si avvicini! Dobbiamo raggiungere un luogo sacro!». «Ma c’è una bambina lì dentro! Sta soffocando!» gridai. «Si calmi! Quello che sente è subdolo. Aprendo la valigia ha rotto il sigillo e lo ha risvegliato. Non si faccia incantare! Questa valigia deve raggiungere il Vaticano. Dentro c’è il Male nella sua forma più pura». «Ma vaffanculo! Siete potenti, potevate passare ogni controllo. Tu sei un pervertito, un trafficante di organi!» replicai furibondo.
L'anziano cercò di nuovo di convincermi: «Usa il suo
rimorso contro di lei. Lei ha dei figli lontani? Ne sente la mancanza?». «Avevo una sorella... morta a quattro anni. Cadde dalla bici mentre la portavo a scuola...» «Vede? Il maledetto sa che io sono l'unico ostacolo, vuole che lei mi tolga di mezzo». Stavo per credergli, ma il pianto della bambina divenne un urlo: «Aiuto! Non respiro! È tutto buio!».
Persi la testa. Mi avventai sul vecchio. Lottammo. Lui
era incredibilmente forte. Durante la colluttazione partì un colpo. Mi ritrovai a terra, sopra il vecchio con la testa spappolata. Aprii il valigione. Dentro, in posizione fetale, c’era una bambina di circa cinque anni. Viso scarno, denutrita, vestaglia bianca e lunghi capelli rossi. Mi abbracciò forte. Piansi di gioia. «Che stupido», pensai, «quasi credevo a quel pazzo».
Sistemai la piccola nella toilette con un po’ di cibo.
Dovevo raggiungere la stazione di Fort Mounth. Presi la radio: «Ho trovato dei clandestini. Uno mi ha aggredito, la locomotiva è un colabrodo e c'è una bambina che ha bisogno di cure». Mi diedero il via libera per il binario 3. Nascosi i soldi nel televisore portatile. Andai dalla bambina, ma lei non mangiava. Mi guardò e mi sorrise. Un sorriso che mi gelò il sangue.
Tornai ai comandi. All'improvviso, la locomotiva accelerò
da sola fino a 280 km/h. La radio gracchiava, il capotreno urlava. Cercai di frenare, ma i comandi erano morti. La bambina era dietro di me. In piedi, capelli rossi al vento, occhi spiritati e un sorriso maligno. Scoppiò in una risata stridula. «Perché fai questo?» gridai. «Perché... PERCHÉ... IO HO FAME!» urlò lei ridendo. Il treno correva come un toro infuriato verso la stazione. Preso dal panico, mi lanciai fuori. Vidi il convoglio schiantarsi. Fuoco, urla, carne bruciata. Un inferno. E giuro di aver visto, tra le fiamme, una bambina ballare.
Poi mi risvegliai in questo ospedale.
«Ma tu, Jonathan, lo sai che ospedale è questo? Sei qui
da sei mesi.» «Certo, doc. È il Saint Mary, un ospedale psichiatrico. Ma vi giuro che è la verità... lo so che sembro pazzo.» «Va bene, Jonathan. Ora torna in cella.»
I due medici uscirono dall'ambulatorio. Il primario offrì
un caffè al giovane assistente: «Vedi, Jonathan Draier è il caso più affascinante di schizofrenia. Crea storie diverse ogni giorno usando elementi della realtà che lo circonda. Non hai notato che il "Leeroy" del racconto è il nostro capo infermiere?». «Incredibile! Ma il vecchio e la bambina chi erano?» Il primario guardò fuori dal finestrone: «Jonathan era un procuratore finanziario. Una bella famiglia, un ottimo lavoro. Poi la moglie morì durante il parto per un arresto cardiaco. Lui impazzì. Cominciò a frequentare sette esoteriche, cercando di dare un senso a quella morte. Finì per dare la colpa alla figlia. Il nonno chiamò più volte la polizia perché Jonathan faceva riti assurdi in cantina». «È per questo che è qui?» «No. La cosa degenerò una notte. I vigili del fuoco trovarono una scena raccapricciante: il nonno morto con la schiena spezzata, Jonathan in stato di shock e la piccola legata a un tavolo, con la testa spappolata da una croce di legno. Ora ti è chiaro chi sono il vecchio e la bambina?».
Si fece buio. Il giovane assistente, prima di uscire,
passò davanti alla cella 66. Sentì urla strazianti. Jonathan si contorceva nel letto, in camicia di forza. Il dottorino era sconvolto. Un infermiere (identico al Leeroy della storia) gli porse dell'acqua: «È per il pazzo che ha ucciso il padre e la figlia? Succede sempre con la luna piena». L'infermiere abbassò la voce: «Io però in quelle sere non entro nella sua cella. Mi prenda pure per matto, ma una volta, mentre Jonathan urlava, ho visto chiaramente in un angolo una bambina... piccola, ossuta, con i capelli rossi e gli occhi di ghiaccio. Lo fissava ridendo con un ghigno malvagio».
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Fine
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