Quel nome gli balenò in testa guardando il tramonto — o l’alba, non fu mai chiaro — mentre smaltiva la sbornia sul ponte della Sun Mary. In stato quasi catatonico, stravaccato su uno di quei lettini di vimini.
Tiberius, terzo figlio del generale McDouglas — famoso, ricco e importante armatore, possessore di una delle più imponenti flotte di pescherecci dal Vecchio Continente a qui, detto anche il “Gaudente” per la sua spiccata predisposizione al vizio e al gioco — a differenza della sua tanto cattolica famiglia timorata di Dio, ebbe un’intuizione! Quel rampollo tanto bistrattato e considerato poco affine agli affari, si rese conto che i grandi Leviatani d’acciaio che all’epoca attraversavano il Grande Blu facevano i veri soldi non tanto con la massa di disperati che accudivano nel ventre, ma con i ricchi e annoiati padroni che alloggiavano nei ponti privilegiati. Fiumi di denaro sgorgavano dalle loro tasche come un’emorragia, per giorni e giorni! Tiberius ne fu affascinato.
Ora, la leggenda vuole che il rampollo volesse più che altro un giocattolo tutto per sé; è per questo che delle quattro navi previste per la flotta Blue Velvet Horizon, solo una ne fu costruita. Una meravigliosa motonave a vapore di 150 metri, con due fumaioli. Un po’ più piccola delle sue cugine transatlantiche, ma totalmente dedicata al lusso e al gioco. Ben 30 suite complete di alloggio per la servitù personale, una sala da ballo, una biblioteca con tabaccheria, due ristoranti, un piccolo teatro e un casinò. Ma la cosa che la rendeva davvero unica era la serra: una grande struttura a poppa di acciaio e vetro decorato. Lussureggiante di piante e fiori, era un giardino dove gli ospiti potevano bere il tè e conversare. Una cosa mai vista prima.
Avrebbe dovuto chiamarsi Velvet Prima, ma i primi ospiti che la videro in mare la sera, con le luci che illuminavano la serra, iniziarono a chiamarla la Fire Fly (Lucciola). Cosa non molto amata dal Dio dei Mari. I viaggi iniziarono e fu davvero una miniera d’oro. Mentre le altre navi si affannavano con la pancia piena di disperati, la Fire Fly galleggiava beata nei mari calmi, diventando un’oasi di arte e cultura. Un’isola felice fuori dal torbido mondo, ma per pochi!
E fu questo il problema. Forse fu colpa del Dio del Mare o della stupidità degli uomini, fatto sta che una piaga si abbatté su quella società fatata: la "Grande Crisi". Magicamente tutti gli ospiti si trasformarono in omini urlanti che balzavano giù dai grattacieli o in figurine sfocate in fila per una scodella di zuppa. Anche la McDouglas fallì, lasciando tutti sul lastrico. Tiberius non accettò quel destino e preferì baciare in bocca la sua Colt d’argento col calcio in madreperla sul ponte della sua amata nave, dopo essersi scolato il suo scotch preferito.
La nave passò così di mano in mano. Divenne una bisca clandestina, la residenza di un boss mafioso e persino una nave ospedale durante la guerra. Finché... l’oblio. È così che la trovai: durante un temporale, vecchia e stanca, appoggiata a un molo dimenticato. Io cercavo rifugio e lei, forse, compagnia. Quando la passerella cadde davanti ai miei piedi, entrai. Accarezzai gli ottoni, esplorai le sale e salii fino al ponte di comando. Poggiai il mio zaino e mi sentii a casa. Io senza passato e lei senza futuro.
Io sono Jonathan Draier e questa è la mia storia!
«GeiDDi! GeiDDi... sei sveglio? La giornalista è arrivata». La voce del ragazzo gracchiava dall’interfono d’ottone. «Sto arrivando». Spalancai la porta. La plancia di comando era illuminata da una tenue luce autunnale. Dalla nostra placida darsena il mondo e il porto danzavano un frenetico valzer suonato da spietate multinazionali.
«Tosh! Cavolo amico, ogni mattina così!» Il vecchio montone, accovacciato nella verandina, guardava la città con un cappotto pesante quanto la sua malinconia. «Non mi chiamo Tosh, io sono l'in...» Lo fermai in tempo: «Ehi! Lo sai la regola! Qui si ricomincia da capo. E poi il nome l'hai scelto tu». «Era una marca di detersivo...» mormorò, poi tornò a guardare lo skyline. «La vedi quella torre? L'ho progettata io! Dieci anni della mia vita! Dovrei vivere dignitosamente e invece...» Lo presi per un braccio: «Basta. Adesso hai una nuova vita. Dai, ci sono i giornalisti e ho bisogno del mio ufficiale maggiore».
Il Salone "Anna Claretta", dedicato da Tiberius alla madre, era il primo luogo che gli ospiti incontravano. In passato era un tripudio di lusso, ma oggi sembrava più che altro una sala d’aspetto di un ospedale di provincia. Solo il rosone d'ingresso, in ferro battuto e vetro colorato, teneva in vita il passato: raffigurava il corpo sinuoso di Anfitrite , ninfa del mare, sposa di Poseidone e regina del mare, che accoglie i naviganti sorgendo dalle acque.
La giovane giornalista mi aspettava col suo cameraman. «Buongiorno, siamo alla vigilia di una grande vittoria per l'associazione Fire Fly. Il giudice ha finalmente confermato la proprietà della nave ai suoi occupanti. Siamo qui col fondatore, il signor...» «I nomi non sono importanti, qui specialmente» la interruppi. «L'importante è che ora la nostra comunità può chiamare questa vecchia nave "Casa"». «Ma è innegabile che ci sia lei dietro a tutto questo...» «Veda, io non sono un leader. Sono un tizio appassionato di puzzle. Avevo davanti un quadro bellissimo frammentato in mille pezzi e, con pazienza, l’ho rimesso insieme».
Iniziai il tour. Mostrai la mensa, le cucine e la sala macchine, dove i motori diesel (regalo del mafioso Don Alfiello) generano ora calore per tutti. Salimmo agli uffici e alla biblioteca, dove avevamo raccolto i libri abbandonati nelle discariche. Per ultimo, andammo nella serra. Adoro vedere le loro facce quando entrano: un polmone verde dentro un guscio di vetro e ferro!
«Questa nave è incredibile» esclamò lei tra i nostri alberi d'arancio. «Avete creato un ecosistema indipendente con galline e mucche. È un miracolo!» Le sorrisi, un po’ scocciato. «Lei continua a non capire. Vede un miracolo nel riutilizzo di vecchie cose? Quando conobbi Tosh, era seduto su una panchina al mercato del pesce. Parlammo per ore e poi lo portai qui. Io non ho aggiustato dei vecchi fornelli: ho dato nuova vita a un uomo abbandonato dal mondo. È così per tutti. La famiglia Hans gestisce la cucina dopo che le banche li hanno massacrati. I fratelli Yhong, architetti licenziati, hanno riconfigurato gli alloggi. Josh e Mina, avvocati eccellenti finiti in strada coi figli, ci hanno difeso in tribunale contro la Himler S.p.A. e due amministrazioni fasciste. Hanno vinto con vestiti di seconda mano e scarpe rattoppate! Si potrebbe dire che ricicliamo le persone, ma non è così. La Fire Fly riaccende la fiamma spenta da una massa umana senz'anima».
Restarono per i festeggiamenti. Quando se ne andarono, le regalai una delle rose della serra: blu scuro con venature arancioni. Nessuno le aveva mai viste prima. Mentre l'orchestrina lanciava balli di gruppo, io, Tosh e gli altri eravamo in plancia. «Sappiamo che non è finita qui» intervenni. Scooter, il capo della sicurezza, trangugiò uno scotch: «Le incursioni sono frequenti. La polizia parla di vandalismo, ma cercano zone specifiche. Secondo me hanno dei vecchi progetti». «Tosh, tu cosa mi dici?» Il mio amico fumava guardando il mare. «Drey, studio la serra da cinque anni. Il cilindro d’acciaio al centro è collegato a un vano a forma di uovo tra la chiglia e le pale. Lo chiamiamo "il Cuore". È inaccessibile. Emette radiazioni non pericolose che stimolano la fotosintesi e mitigano la temperatura. Non capiamo come faccia».
La Himler S.p.A. voleva la nave a tutti i costi. Ci avevano accusato di tutto, ma ora la chiave era nella serra. Quella notte la Fire Fly brillò di festa. La "Corte dei Miracoli" ballava, ignara che qualcuno avesse deciso di agire. Gli otto cavi d'ormeggio vennero recisi. Un bisonte giallo cingolato spinse la nave verso il mare aperto. Sul molo, un’orda di neonazisti scagliava molotov cariche di odio. L’ancora a poppa tenne solo quanto bastava per far raddrizzare la prua verso l’orizzonte. Cercavano di trasformare la Fire Fly in un feretro fiammeggiante verso il Valhalla.
Lottammo contro le fiamme. Gli estintori e le pompe di sentina vinsero l'incendio, ma la nave era ormai alla deriva. I nostri S.O.S. rimanevano inascoltati. Polizia e autorità portuale si erano girate dall'altra parte. Senza motori, in balia della corrente, la Fire Fly si allontanava dalla costa. Il bagliore della serra diventava sempre più piccolo, finché non si confuse con un cielo senza luna, ma pieno di stelle.
Continua…