venerdì 27 febbraio 2026

The Blu Velvet Horizont!

 

Quel nome gli balenò in testa guardando il tramonto — o l’alba, non fu mai chiaro — mentre smaltiva la sbornia sul ponte della Sun Mary. In stato quasi catatonico, stravaccato su uno di quei lettini di vimini.

Tiberius, terzo figlio del generale McDouglas — famoso, ricco e importante armatore, possessore di una delle più imponenti flotte di pescherecci dal Vecchio Continente a qui, detto anche il “Gaudente” per la sua spiccata predisposizione al vizio e al gioco — a differenza della sua tanto cattolica famiglia timorata di Dio, ebbe un’intuizione! Quel rampollo tanto bistrattato e considerato poco affine agli affari, si rese conto che i grandi Leviatani d’acciaio che all’epoca attraversavano il Grande Blu facevano i veri soldi non tanto con la massa di disperati che accudivano nel ventre, ma con i ricchi e annoiati padroni che alloggiavano nei ponti privilegiati. Fiumi di denaro sgorgavano dalle loro tasche come un’emorragia, per giorni e giorni! Tiberius ne fu affascinato.

Ora, la leggenda vuole che il rampollo volesse più che altro un giocattolo tutto per sé; è per questo che delle quattro navi previste per la flotta Blue Velvet Horizon, solo una ne fu costruita. Una meravigliosa motonave a vapore di 150 metri, con due fumaioli. Un po’ più piccola delle sue cugine transatlantiche, ma totalmente dedicata al lusso e al gioco. Ben 30 suite complete di alloggio per la servitù personale, una sala da ballo, una biblioteca con tabaccheria, due ristoranti, un piccolo teatro e un casinò. Ma la cosa che la rendeva davvero unica era la serra: una grande struttura a poppa di acciaio e vetro decorato. Lussureggiante di piante e fiori, era un giardino dove gli ospiti potevano bere il tè e conversare. Una cosa mai vista prima.

Avrebbe dovuto chiamarsi Velvet Prima, ma i primi ospiti che la videro in mare la sera, con le luci che illuminavano la serra, iniziarono a chiamarla la Fire Fly (Lucciola). Cosa non molto amata dal Dio dei Mari. I viaggi iniziarono e fu davvero una miniera d’oro. Mentre le altre navi si affannavano con la pancia piena di disperati, la Fire Fly galleggiava beata nei mari calmi, diventando un’oasi di arte e cultura. Un’isola felice fuori dal torbido mondo, ma per pochi!

E fu questo il problema. Forse fu colpa del Dio del Mare o della stupidità degli uomini, fatto sta che una piaga si abbatté su quella società fatata: la "Grande Crisi". Magicamente tutti gli ospiti si trasformarono in omini urlanti che balzavano giù dai grattacieli o in figurine sfocate in fila per una scodella di zuppa. Anche la McDouglas fallì, lasciando tutti sul lastrico. Tiberius non accettò quel destino e preferì baciare in bocca la sua Colt d’argento col calcio in madreperla sul ponte della sua amata nave, dopo essersi scolato il suo scotch preferito.

La nave passò così di mano in mano. Divenne una bisca clandestina, la residenza di un boss mafioso e persino una nave ospedale durante la guerra. Finché... l’oblio. È così che la trovai: durante un temporale, vecchia e stanca, appoggiata a un molo dimenticato. Io cercavo rifugio e lei, forse, compagnia. Quando la passerella cadde davanti ai miei piedi, entrai. Accarezzai gli ottoni, esplorai le sale e salii fino al ponte di comando. Poggiai il mio zaino e mi sentii a casa. Io senza passato e lei senza futuro.

Io sono Jonathan Draier e questa è la mia storia!

«GeiDDi! GeiDDi... sei sveglio? La giornalista è arrivata». La voce del ragazzo gracchiava dall’interfono d’ottone. «Sto arrivando». Spalancai la porta. La plancia di comando era illuminata da una tenue luce autunnale. Dalla nostra placida darsena il mondo e il porto danzavano un frenetico valzer suonato da spietate multinazionali.

«Tosh! Cavolo amico, ogni mattina così!» Il vecchio montone, accovacciato nella verandina, guardava la città con un cappotto pesante quanto la sua malinconia. «Non mi chiamo Tosh, io sono l'in...» Lo fermai in tempo: «Ehi! Lo sai la regola! Qui si ricomincia da capo. E poi il nome l'hai scelto tu». «Era una marca di detersivo...» mormorò, poi tornò a guardare lo skyline. «La vedi quella torre? L'ho progettata io! Dieci anni della mia vita! Dovrei vivere dignitosamente e invece...» Lo presi per un braccio: «Basta. Adesso hai una nuova vita. Dai, ci sono i giornalisti e ho bisogno del mio ufficiale maggiore».

Il Salone "Anna Claretta", dedicato da Tiberius alla madre, era il primo luogo che gli ospiti incontravano. In passato era un tripudio di lusso, ma oggi sembrava più che altro una sala d’aspetto di un ospedale di provincia. Solo il rosone d'ingresso, in ferro battuto e vetro colorato, teneva in vita il passato: raffigurava il  corpo sinuoso di Anfitrite , ninfa del mare, sposa di Poseidone e regina del mare, che accoglie i naviganti sorgendo dalle acque.

La giovane giornalista mi aspettava col suo cameraman. «Buongiorno, siamo alla vigilia di una grande vittoria per l'associazione Fire Fly. Il giudice ha finalmente confermato la proprietà della nave ai suoi occupanti. Siamo qui col fondatore, il signor...» «I nomi non sono importanti, qui specialmente» la interruppi. «L'importante è che ora la nostra comunità può chiamare questa vecchia nave "Casa"». «Ma è innegabile che ci sia lei dietro a tutto questo...» «Veda, io non sono un leader. Sono un tizio appassionato di puzzle. Avevo davanti un quadro bellissimo frammentato in mille pezzi e, con pazienza, l’ho rimesso insieme».

Iniziai il tour. Mostrai la mensa, le cucine e la sala macchine, dove i motori diesel (regalo del mafioso Don Alfiello) generano ora calore per tutti. Salimmo agli uffici e alla biblioteca, dove avevamo raccolto i libri abbandonati nelle discariche. Per ultimo, andammo nella serra. Adoro vedere le loro facce quando entrano: un polmone verde dentro un guscio di vetro e ferro!

«Questa nave è incredibile» esclamò lei tra i nostri alberi d'arancio. «Avete creato un ecosistema indipendente con galline e mucche. È un miracolo!» Le sorrisi, un po’ scocciato. «Lei continua a non capire. Vede un miracolo nel riutilizzo di vecchie cose? Quando conobbi Tosh, era seduto su una panchina al mercato del pesce. Parlammo per ore e poi lo portai qui. Io non ho aggiustato dei vecchi fornelli: ho dato nuova vita a un uomo abbandonato dal mondo. È così per tutti. La famiglia Hans gestisce la cucina dopo che le banche li hanno massacrati. I fratelli Yhong, architetti licenziati, hanno riconfigurato gli alloggi. Josh e Mina, avvocati eccellenti finiti in strada coi figli, ci hanno difeso in tribunale contro la Himler S.p.A. e due amministrazioni fasciste. Hanno vinto con vestiti di seconda mano e scarpe rattoppate! Si potrebbe dire che ricicliamo le persone, ma non è così. La Fire Fly riaccende la fiamma spenta da una massa umana senz'anima».

Restarono per i festeggiamenti. Quando se ne andarono, le regalai una delle rose della serra: blu scuro con venature arancioni. Nessuno le aveva mai viste prima. Mentre l'orchestrina lanciava balli di gruppo, io, Tosh e gli altri eravamo in plancia. «Sappiamo che non è finita qui» intervenni. Scooter, il capo della sicurezza, trangugiò uno scotch: «Le incursioni sono frequenti. La polizia parla di vandalismo, ma cercano zone specifiche. Secondo me hanno dei vecchi progetti». «Tosh, tu cosa mi dici?» Il mio amico fumava guardando il mare. «Drey, studio la serra da cinque anni. Il cilindro d’acciaio al centro è collegato a un vano a forma di uovo tra la chiglia e le pale. Lo chiamiamo "il Cuore". È inaccessibile. Emette radiazioni non pericolose che stimolano la fotosintesi e mitigano la temperatura. Non capiamo come faccia».

La Himler S.p.A. voleva la nave a tutti i costi. Ci avevano accusato di tutto, ma ora la chiave era nella serra. Quella notte la Fire Fly brillò di festa. La "Corte dei Miracoli" ballava, ignara che qualcuno avesse deciso di agire. Gli otto cavi d'ormeggio vennero recisi. Un bisonte giallo cingolato spinse la nave verso il mare aperto. Sul molo, un’orda di neonazisti scagliava molotov cariche di odio. L’ancora a poppa tenne solo quanto bastava per far raddrizzare la prua verso l’orizzonte. Cercavano di trasformare la Fire Fly in un feretro fiammeggiante verso il Valhalla.

Lottammo contro le fiamme. Gli estintori e le pompe di sentina vinsero l'incendio, ma la nave era ormai alla deriva. I nostri S.O.S. rimanevano inascoltati. Polizia e autorità portuale si erano girate dall'altra parte. Senza motori, in balia della corrente, la Fire Fly si allontanava dalla costa. Il bagliore della serra diventava sempre più piccolo, finché non si confuse con un cielo senza luna, ma pieno di stelle.

Continua…

DYD 34

 

Per me era perfetto. Un lavoro notturno, noioso e senza responsabilità. Anche per i miei genitori fu un sollievo. Già traumatizzati dalla scelta della mia facoltà, sapere di un'entrata che avrebbe alleviato il loro portafoglio fu una manna. Sapere che la mia scelta di fare Lettere e Filosofia — tanto sconsigliata da un mio zio impiegato al Comune proprio per la difficoltà di trovare lavoro — iniziava a dare dei frutti, poneva fine a tutta una serie di telefonate ansiose condite di consigli su indirizzi più redditizi.

I miei voti erano alti e questo mi fece apprezzare da vari professori. In particolare da quella di Filosofia Greca, che mi prese a benvolere. Capì che per me era impossibile continuare a studiare in quelle precarie condizioni: lo studentato era vecchio e fatiscente, senza considerare quella stanza diventata ormai invivibile. Per scrivere la tesi, per come la voleva lei, avrei avuto bisogno di silenzio, tempo, mente sgombra e la possibilità di accedere ai testi. Così, grazie a lei, passai la selezione come custode notturno della biblioteca della facoltà. In un colpo solo ottenni un lavoro, silenzio e tutti i libri a disposizione. Cosa poteva andare storto?

Io sono Jonathan Draier e questa è la mia storia.

Arrivai sulla soglia del portoncino di servizio. Il mio collega mi vide dal monitor e fece scattare la serratura. Non era la prima volta che venivo qui, figuriamoci, ma la sera — con la luce opaca di una lampadina a basso voltaggio e il tempo grigio e freddo — rendeva un'atmosfera sospesa tra un noir anni '50 e un film di Fellini.

La Biblioteca è un antico edificio di stile non definito, tra il medievale e il gotico, reso più efficiente da alcune modifiche in epoca fascista. Giovanni, il mio collega, mi accolse freddamente: un uomo sulla quarantina, stempiato e alto, un po’ stronzo; la sua divisa era stretta e logora come la sua gioia di vivere. In maniera distante e annoiata mi mostrò il lavoro, accennando qua e là a un cognato che aveva fatto la mia stessa domanda. Prima passò alla guardiola con i monitor e le spie del quadro antincendio, poi passammo al giro che ogni due ore avrei dovuto fare.

La cosa che subito mi stupì fu la differenza tra i locali adibiti al pubblico — con un’architettura sobria, alti scaffali in legno e decori antichi ben ristrutturati — e la zona del personale. Quest'ultima era illuminata da una nevrotica luce al neon, con le mura in calce bianca macchiate da ditate e strisciate dei carrelli. Ci fermammo nella zona "relax", come la chiamava lui: lì mi mostrò i distributori di caffè. Il disordine regnava sovrano: vecchi carrelli arrugginiti, tavolacci con ammassate macchine da scrivere e libri, moltissimi libri vecchi e rovinati, sparsi ovunque in scatoloni.

Giovanni, durante il giro, mi accennò del vecchio custode e di come nessuno capì mai perché non accettò mai di far ruotare i turni, pretendendo ostinatamente il lavoro notturno. Dissi che anche io lo preferivo. «Come mai?» mi chiese. «Mi sto laureando, devo studiare per la tesi...» «Ah bene, anche mio cugino, è a Legge...» «Io in Filosofia...» E lui, un po’ stupito: «Beh... tanto ormai il lavoro ce l’hai». Sì, era molto stronzo. Dopo mezz'ora mi lasciò.

Cominciai ad organizzarmi sistemando gli appunti sulla scrivania. Accesi una sigaretta e mi concentrai. Il silenzio era assordante, rotto qua e là dalla pioggia che scrosciava sui vetri. Ma quella solitudine, pian piano, cominciava a pesarmi e, paradossalmente, a distrarmi.

Cominciai il primo giro, controllai le uscite di sicurezza e dopo un'ora tornai a sedere. Dovevo creare un ambiente più confortevole. Spostai due piante, presi un tavolino e una lampada da tavolo dal magazzino. La stanza cominciò ad avere un aspetto meno triste. Mi riaccesi un’altra sigaretta, soddisfatto, e partii per il secondo giro. Al mio ritorno accesi la lampada sulla scrivania, spensi la fastidiosa luce al neon e mi sforzai di studiare.

Immerso nelle varie teorie, appuntavo meticolosamente ogni analogia che mi avrebbe portato a creare un ponte tra la filosofia e la fisica. Quando... Ecco, avete presente quando, quasi addormentati, venite infastiditi dal ronzio di una zanzara? Ebbene, in quell’immane silenzio c’era di nuovo qualcosa che mi distoglieva dal lavoro. Alzai lo sguardo: dal buio brillavano soltanto i monitor. C’era qualcosa che mi inquietava. Mi alzai, andai alla finestra e mi misi l’ennesima sigaretta alla bocca. Ma non appena detti fuoco, la fiamma rivelò nel riflesso del vetro che c’era qualcosa dietro di me.

Mi girai lentamente e mi accorsi che lì, nell’angolo più buio della stanza, c’era un volto. Sì, un volto pallido, affusolato, scarno, con una lunga ciocca di capelli albini. Gli occhi bianchi, grandi, con una piccola pupilla nera che sembrava disegnata. Quel viso stava a fissarmi, immobile, con un ghigno inquietante.

Un brivido gelido mi pervase. Immobile e terrorizzato, accennai qualche parola confusa. Nessuna risposta. Chiusi gli occhi, ma fu peggio: sentivo il suo sguardo infilzarmi come la mannaia di un boia. In un colpo d’ira presi la lampada e la diressi verso il mio aguzzino. Non appena la luce lo toccò, scomparve.

«È finita», pensai. Sconvolto ed esausto, mi sedetti. Ma non appena mi girai la ritrovai: ora era sopra una delle piante, di nuovo difesa dal buio, con un ghigno ancora più maligno. Sentii di nuovo i suoi occhi stuprare i miei. La stanza cominciò a scomparire, vedevo solo lei. Poi qualcosa scattò. Mi alzai e mi scagliai contro quella figura. Mentre mi avvicinavo, la vidi mutare in una maschera di odio. Mi avventai, ma inciampai e, cadendo, colpii l’interruttore della luce.

Il neon bianco cancellò completamente l’oscurità. Tutto tornò normale. Rimasi lì rannicchiato in una notte eterna, fino all’alba.

Il mattino seguente mi svegliò Nando, l’altro collega. Vedendomi pallido e spossato, si preoccupò. Andammo a prendere un caffè e gli chiesi del vecchio guardiano, il signor Raffaele. «È una strana storia», disse Nando. «Ha lavorato qui solo un mese. Ogni mattina lo trovavo sempre più magro e pallido. Ora è in ospedale, in coma. La cosa strana è che di giorno pare migliorare, ma la mattina lo trovano con gli occhi spalancati e pallido come un lenzuolo.»

Tornai nella guardiola a prendere la mia roba. Mentre uscivo, notai che la pianta sotto cui era apparsa la cosa era totalmente appassita. Uscii di fretta. Non potevo mollare, c’era troppo in gioco. Ma cos’era quella cosa? Passai la mattinata sotto la doccia calda, sentendo il bisogno di pulirmi da quel sudore fetido. Ero stanco morto, ma dovevo capire.

Andai al policlinico. Raffaele era in terapia intensiva. Parlai con la moglie: era serena, diceva che finalmente lui aveva superato la notte senza crisi. Tanto mi bastò. Nel tragitto ragionai: se avessi tenuto la luce accesa, forse la cosa non mi avrebbe attaccato. Ma come avrei fatto a sopravvivere a un’altra notte?

Lo scatto metallico fece aprire la serratura. Entrai. Giovanni mi salutò con un gesto mentre se ne andava senza dire una parola. Era uno stronzo, si era capito. Ero di nuovo solo, difeso unicamente da una nevrotica luce al neon. Ma la percepivo. Lei era lì, nascosta in un'ombra non raggiunta dalla luce. Sento i suoi occhi vacui e il sorriso malvagio.

 La sento. Ma non sono pronto…

 

 .… to be continued!


lunedì 23 febbraio 2026

Il Convoglio.


Faccio questo lavoro da almeno 18 anni e devo dire che di cose strane non me ne sono mai capitate. In fondo è tutta routine: sali su una locomotiva, la fai partire e porti il treno dal punto “A” al punto “B”. Tuttoiii qui.

Io sono Jonathan Draier e questa è la mia storia.


Quella notte tutto sembrava normale. Arrivai alla

stazione centrale in perfetto orario. Era novembre e faceva un freddo cane, ma quella sera pareva che il cielo avesse voluto regalarmi le stelle più belle e una luna piena splendente come i gioielli delle ricche aristocratiche. Dio, che notte strana.

Come al solito Leeroy, il mio capo servizio — un ragazzo

sulla trentina con la divisa immacolata come quella di un ufficiale, alto, palestrato e pulito come un manichino — mi stava aspettando in ufficio. «Cavolo, Jeidrey, sono quasi le dieci! Il convoglio deve partire tra mezz'ora, ma ti sembr...» «Ciao Leeroy...» Lo ignoro e vado dritto alla macchina del caffè. «Ascolta Draier, se credi che io sia come gli altri che ti parano il culo per una bottiglia di contrabbando, ti sbagli. Io pretendo ordine e puntualità. La storia è cambiata...» «Ok, ok... calmati. Dammi i documenti e i viveri. Il convoglio è già pronto al binario 12.» Stavolta si incazza davvero, pensai. «PRONTO?! COME PRONTO DA STAMATTINA?! Perché nessuno me l'ha detto?» uscì dalla stanza urlando e sbraitando.

Guardo dalla finestra la ferrovia che brilla alla luce

pallida della luna. Tutti quei binari sembrano un fiume d’argento. Che silenzio. Stasera la ferrovia sembra chiamarmi. Ma vengo subito risvegliato dal cellulare. Rispondo: «Pronto... sì, salve... Allora, il convoglio si fermerà per dieci minuti allo scambio del chilometro 24. Ci vedremo là con i soldi... La metà?! Come la metà? No, non era nei patti!» Intanto Leeroy rientra nella stanza. «Ok, va bene... ma siate puntuali o non se ne fa niente.»

Ho 48 anni e passo la vita in cabina a fare su e giù per

il paese. Non ho una famiglia né una vera vita sociale. Alla fine del mese ho i soldi sì e no per non morire di fame, così sfrutto la mia “professione” per qualche affaruccio. Ma se questo va in porto, pensai, mi do una ripulita. Lascio questo schifo di lavoro, dimagrisco dieci chili e mi compro un vestito su misura. La gente dovrà dimenticarsi del vecchio ferroviere con la tuta lurida e il cappottone di finto montone.

Il mio lavoro lo so fare bene: contrabbando qualunque

cosa. Una volta trasportai dodici pappagalli indiani nel cesso della locomotiva. Bel colpo. Due giorni fa, mentre ero ai mercati generali a litigare con un tunisino per una partita di Rolex contraffatti, fui avvicinato da due strani monaci. Nonostante il saio, il loro aspetto non mi sembrò normale. Erano altissimi, almeno due metri, e il volto era nascosto dal cappuccio. Avevano bisogno di qualcuno per portare di nascosto una persona nella "grande città dell’Est". Mi diedero un biglietto con una cifra considerevole e una busta piena di bigliettoni come acconto. Accettai.

Arrivati alla locomotiva, Leeroy mi fece l’ennesima

cazziata per il mio televisore portatile. Controllai le spie e partii. Come previsto, al chilometro 24 il semaforo era rosso. Fermai la locomotiva e scesi. Dal buio scorsi tre figure. Uno di loro si avvicinò: era un vecchietto dall'aspetto mite, con una barba bianca curata e un cappotto di velluto blu. Portava un valigione di cuoio e una valigetta nera. «Lei è il mio passaggio?» mi chiese. «Sì. Ha i soldi?» Mi passò la valigetta. La aprii e vidi lo spettacolo più orrendo: milioni di banconote tagliate perfettamente a metà. «Che scherzo è questo?» gridai. «È la metà. Non sapevamo se potessimo fidarci. Dentro troverà l'indirizzo per avere il resto.» Il segnale di via libera si accese. Il nostro viaggio cominciò.

Pochi accettano la linea 560 di notte. Per la maggior

parte del percorso si fa su e giù per le montagne, tra nebbia e alci che spuntano d’improvviso. Il convoglio sfrecciava tagliando la notte come il rasoio di un assassino. Il mio passeggero si era sistemato sulla brandina dietro il posto guida, composto, col suo enorme valigione sempre sotto controllo. Presi la valigetta con i soldi dimezzati e cominciai a esaminarli. Il vecchio si destò dal suo trance: «Inutile provarci... sono tagliate tutte per lo stesso verso». «Almeno ci provo. Ma perché?» «Con una tale somma, caro amico, non avreste più bisogno di lavorare.» Continuò: «Visto che viaggeremo per ore, c'è una toilette? Vorrei rinfrescarmi e assicurarmi che la valigia non ballonzoli durante le curve». Lo rassicurai: eravamo in rettilineo verso il ponte Weellmoor. Mentre andava in bagno, notai che teneva in mano un beauty-case in pelle di coccodrillo. Da dove l'aveva preso?

Pensai di ricavare un "extra". Mi avvicinai al

valigione, pesantissimo. Slacciai una fibbia e infilai la mano in una fessura. Mi aspettavo gioielli, ma toccai qualcosa di morbido e setoso. Capelli. Erano capelli! In quel momento il vecchio tornò e vide la scena. Impazzì. «Maledetta avidità! Non le bastavano i soldi?» Mi colpì con una forza impensabile, scaraventandomi sulla consolle. «Lei non ha idea del guaio in cui ci ha cacciati!» Spense le luci e cominciò a leggere una strana messa in latino o greco, spargendo una polvere bluastra attorno al bagaglio. Era terrorizzato. D'un tratto, qualcosa fece sobbalzare la locomotiva. Ci fu un corto circuito. Perdei conoscenza.

Mi risvegliai con la luce d'emergenza. Il treno era fermo

in mezzo al ponte Weellmoor, a 150 metri d'altezza. Il vecchio piangeva: «La prego, faccia partire il treno! Non abbiamo tempo!». Riuscii a riavviare i sistemi e fu allora che lo sentii: un lamento sommesso. Dolce e triste. Era il pianto di una bambina. Guardai il vecchio, sconvolto: «Cosa c’è nella valigia?». Lui estrasse una pistola dorata col manico in madreperla: «Non si avvicini! Dobbiamo raggiungere un luogo sacro!». «Ma c’è una bambina lì dentro! Sta soffocando!» gridai. «Si calmi! Quello che sente è subdolo. Aprendo la valigia ha rotto il sigillo e lo ha risvegliato. Non si faccia incantare! Questa valigia deve raggiungere il Vaticano. Dentro c’è il Male nella sua forma più pura». «Ma vaffanculo! Siete potenti, potevate passare ogni controllo. Tu sei un pervertito, un trafficante di organi!» replicai furibondo.

L'anziano cercò di nuovo di convincermi: «Usa il suo

rimorso contro di lei. Lei ha dei figli lontani? Ne sente la mancanza?». «Avevo una sorella... morta a quattro anni. Cadde dalla bici mentre la portavo a scuola...» «Vede? Il maledetto sa che io sono l'unico ostacolo, vuole che lei mi tolga di mezzo». Stavo per credergli, ma il pianto della bambina divenne un urlo: «Aiuto! Non respiro! È tutto buio!».

Persi la testa. Mi avventai sul vecchio. Lottammo. Lui

era incredibilmente forte. Durante la colluttazione partì un colpo. Mi ritrovai a terra, sopra il vecchio con la testa spappolata. Aprii il valigione. Dentro, in posizione fetale, c’era una bambina di circa cinque anni. Viso scarno, denutrita, vestaglia bianca e lunghi capelli rossi. Mi abbracciò forte. Piansi di gioia. «Che stupido», pensai, «quasi credevo a quel pazzo».

Sistemai la piccola nella toilette con un po’ di cibo.

Dovevo raggiungere la stazione di Fort Mounth. Presi la radio: «Ho trovato dei clandestini. Uno mi ha aggredito, la locomotiva è un colabrodo e c'è una bambina che ha bisogno di cure». Mi diedero il via libera per il binario 3. Nascosi i soldi nel televisore portatile. Andai dalla bambina, ma lei non mangiava. Mi guardò e mi sorrise. Un sorriso che mi gelò il sangue.

Tornai ai comandi. All'improvviso, la locomotiva accelerò

da sola fino a 280 km/h. La radio gracchiava, il capotreno urlava. Cercai di frenare, ma i comandi erano morti. La bambina era dietro di me. In piedi, capelli rossi al vento, occhi spiritati e un sorriso maligno. Scoppiò in una risata stridula. «Perché fai questo?» gridai. «Perché... PERCHÉ... IO HO FAME!» urlò lei ridendo. Il treno correva come un toro infuriato verso la stazione. Preso dal panico, mi lanciai fuori. Vidi il convoglio schiantarsi. Fuoco, urla, carne bruciata. Un inferno. E giuro di aver visto, tra le fiamme, una bambina ballare.

Poi mi risvegliai in questo ospedale.

«Ma tu, Jonathan, lo sai che ospedale è questo? Sei qui

da sei mesi.» «Certo, doc. È il Saint Mary, un ospedale psichiatrico. Ma vi giuro che è la verità... lo so che sembro pazzo.» «Va bene, Jonathan. Ora torna in cella.»

I due medici uscirono dall'ambulatorio. Il primario offrì

un caffè al giovane assistente: «Vedi, Jonathan Draier è il caso più affascinante di schizofrenia. Crea storie diverse ogni giorno usando elementi della realtà che lo circonda. Non hai notato che il "Leeroy" del racconto è il nostro capo infermiere?». «Incredibile! Ma il vecchio e la bambina chi erano?» Il primario guardò fuori dal finestrone: «Jonathan era un procuratore finanziario. Una bella famiglia, un ottimo lavoro. Poi la moglie morì durante il parto per un arresto cardiaco. Lui impazzì. Cominciò a frequentare sette esoteriche, cercando di dare un senso a quella morte. Finì per dare la colpa alla figlia. Il nonno chiamò più volte la polizia perché Jonathan faceva riti assurdi in cantina». «È per questo che è qui?» «No. La cosa degenerò una notte. I vigili del fuoco trovarono una scena raccapricciante: il nonno morto con la schiena spezzata, Jonathan in stato di shock e la piccola legata a un tavolo, con la testa spappolata da una croce di legno. Ora ti è chiaro chi sono il vecchio e la bambina?».

Si fece buio. Il giovane assistente, prima di uscire,

passò davanti alla cella 66. Sentì urla strazianti. Jonathan si contorceva nel letto, in camicia di forza. Il dottorino era sconvolto. Un infermiere (identico al Leeroy della storia) gli porse dell'acqua: «È per il pazzo che ha ucciso il padre e la figlia? Succede sempre con la luna piena». L'infermiere abbassò la voce: «Io però in quelle sere non entro nella sua cella. Mi prenda pure per matto, ma una volta, mentre Jonathan urlava, ho visto chiaramente in un angolo una bambina... piccola, ossuta, con i capelli rossi e gli occhi di ghiaccio. Lo fissava ridendo con un ghigno malvagio».

.

 
 
 
Fine