domenica 3 maggio 2026

SUPER STRADA 66



Il vecchio Fiat 314B Menarini si accese con fatica, borbottando nervoso nel piazzale fuori dalla chiesa madre. Blu cobalto e con gli interni consumati, era l'unico collegamento con la città che si potesse permettere quell'ameno paesino in mezzo al nulla. Ogni mattina alle cinque e trenta precise lo accendevo e aspettavo i soliti passeggeri. Stoici sopravvissuti che, non senza sacrifici, continuavano a popolare quel borgo caratteristico.

Pippo e Carmine balzarono sulla corriera. Lì era già tanto che ci fosse una scuola elementare e il passaggio alle medie li costringeva a viaggiare ogni mattina.

«Buongiorno, capo», disse Pippo, il più vivace dei due, sedendosi sul sedile proprio dietro di me, mentre Carmine era già seduto accanto al finestrino col suo libro in mano. «Oggi è il gran giorno! Finalmente prendiamo la superstrada!»

«Speriamo», risposi disilluso. Manuele, impiegato presso un indefinito ministero, poi Jim e Bruce, due operai nigeriani che hanno fatto radici qui grazie ai prezzi bassi delle case, come Tobia e Martina, studenti e operai in un'impresa di pulizia. Tommaso, pensionato, ogni mese scende in città a ritirare la pensione; lì hanno chiuso sia banche che uffici postali e ogni mese...

«Capo! Posso pagarti al ritorno? Sono rimasto a secco questo mese». Figurati se mi paga!

«Quindi è vero! Oggi prendiamo la superstrada? Non so, non mi piace... non mi ricordo quanti paesi hanno abbattuto per farla così dritta! Tanta sofferenza non porta niente di buono». Non gli diedi retta e lo lasciai parlare, anche perché nel frattempo la signora Lina bussava al finestrino.

«Capo... capo... oggi Gaia e Lisa non vengono, stanno male... La volevo avvertire di non aspettarle». Le feci un segno e ci salutammo. Perché vedete, quando fai questo lavoro, in queste condizioni, non fai solo un servizio pubblico, ma diventi una colonna per la comunità, quasi un membro della famiglia. Conosci tutti, sai le loro abitudini, stai addirittura in pensiero se non li vedi o li aspetti quando sono in ritardo. Per questo, quando lo vidi, rimasi a bocca aperta: alto, magrissimo, con quella carnagione olivastra che risaltava in quel completo di lino bianco e Borsalino di paglia sulla testa. Nei guanti neri di pelle teneva una borsa portadocumenti, mentre con l'altra mi porgeva i soldi per la corsa.

Da quel sorriso forzato uscirono soltanto queste parole: «Mi scusi, questa linea prende la Superstrada 66?»

Annuii e presi i soldi.

«Pippo, ma chi è quello?» Il ragazzino gli lanciò uno sguardo mentre il misterioso signore si sistemava composto nei sedili in fondo, con la borsa sulle ginocchia.

«Non lo so, non l'ho mai visto», rispose sottovoce.

Si fece l'orario e ingranai la marcia mentre la porta si chiuse in uno sbuffo metallico. L'alba faticava a spuntare. I raggi del sole non riuscivano a bucare le grigie nubi che ammantavano le montagne, rendendo buia e fredda la discesa da quella rocca dimenticata da Dio e dalla politica. Ma oggi sarebbe stato diverso. Superate le curve e i tornanti in mezzo ai boschi e alle campagne, e dopo qualche chilometro sulla statale, avrei finalmente imboccato lo svincolo per la Superstrada 66, un paradiso a scorrimento veloce libero dal traffico, da strettoie e da incivili in doppia fila! Via veloce verso la città.

Io sono Jonathan Draier e questa è la mia storia.

Mettiamola così: non era tutta questa tragedia, per carità, c'è di peggio nella vita, ma attraversare la statale per arrivare in città era davvero un dito nel culo. Il traffico, le auto in doppia fila, i cantieri con le loro strettoie. L'utenza era sempre di meno, i pendolari sono una razza morente, come i cowboy, quando c'erano ancora i cowboy. Il punto era che era diventato stressante fare tutti quei chilometri per niente. L'apertura di questa superstrada fu una manna dal cielo. Venne definita la più grande incompiuta del secolo: tra ritardi, ricorsi e via dicendo, ci sono voluti quasi venti anni per completarla. La più grande arteria dal dopoguerra, non senza polemiche. L'ultimo governo, per accelerare l'iter, sputò fuori una serie di decreti d'urgenza, destinò fondi, vendette quote ai privati e, all'improvviso, quel serpente di nero catrame si destò dal suo sonno. E iniziò ad avanzare. Spedito e inesorabile, cominciò a fagocitare tutto ciò che gli si trovava davanti. Piccoli borghi e paesini sparirono al suo passaggio. Spianati del tutto, con enormi pilastri piantati in mezzo ai caseggiati. Migliaia di persone costrette ad abbandonare le case, terreni costretti all'ombra perenne del gigante a sei corsie. Sacrificati al dio del consumismo e del progresso.

Ma va bene così. Anzi, va molto bene. Misi anche la quinta e questa vecchia carretta viaggiava alla velocità smodata di ottanta chilometri all'ora. Nella terza corsia, logicamente. Dietro un camion dei rifiuti!

Sembrava di essere entrati in un mondo nuovo: campagna verde e lussureggiante, qualche casolare e il sole che finalmente faceva capolino dalle lontane montagne. Quella gigantesca striscia nera tagliava in due un territorio inesplorato e noi dentro, macinando diesel, ci godevamo il paesaggio.

Sembrava andasse tutto bene, ma la risata stridula di quello strano vecchio ci destò dal nostro sogno come lo screech violento di un disco strappato dal piatto. Spuntarono, come dal nulla, tanti cantieri con operai indaffarati, armati di bandiere gialle che ci indicavano il progressivo restringimento della carreggiata: da tre a due, poi da due a uno. Costretti nella corsia di sorpasso in un convoglio forzato. La quinta marcia venne spodestata e la velocità smodata ridotta a un misero trenta all'ora.

Pazienza.

Alla fine, anche se lenti, si camminava, pensai. Madornale errore!

«Capo, guarda lì», Pippo dietro di me mi fece segno in direzione dei cartelli.

«E no, cazzo! Questo no». La mole enorme di cantieri bloccava la maggior parte delle uscite. Tutti gli svincoli che piano piano ci apparivano erano o chiusi o impegnati dai lavori. Speravamo di essere entrati nel futuro, ma alla fine eravamo in un incubo di lavori in corso e file chilometriche.

Ed era ritornata la pioggia!

Piantai il freno a mano e mi scaraventai fuori. Non curante dei clacson, iniziai a sbraitare a un tizio con gilet giallo e caschetto. Quello, ancora più incazzato, chiamò i suoi colleghi. Ne venne fuori che per altri chilometri non c'era possibilità d'uscita, che loro non c'entravano niente e che erano lì per lavorare.

Fradicio e incazzato, ingranai la prima e ripresi la marcia. Pippo dietro di me: «Capo, tutto ok? Qui sono tutti preoccupati». Ah, già, i passeggeri. Quasi me ne stavo dimenticando. Certo, iniziò il valzer delle lamentele. Tutti erano agitati, tutti preoccupati. Era in gioco il loro lavoro, i loro soldi, la loro istruzione. Beh no! A Pippo e Carmine non gliene fregava niente, per loro era una specie di gita. Cercai di chiamare l'ufficio, ma pensa un po', non c'era linea. Non solo avevano inaugurato la solita incompiuta, ma non avevano nemmeno pensato di collegarla alla rete. Nemmeno il GPS conosceva la posizione.

Non potevamo fare altro che andare avanti. Lenti, arrabbiati, fradici.

Quasi mi dimenticai di lui. Quando il suo guanto scricchiolò sulla mia spalla e la sua smorfia sibilò quelle parole, quasi mi prese un colpo: «Uscita... lì. Guarda!... Esci... lì... poi torna indietro... libera uscita... lì!»

Con quella vocina stridula da killer dei cartoni mi indicava uno svincolo libero; bastava attraversare il cantiere, ma non c'era nessuno a controllare. Anche gli altri si fecero sentire. Tobia dal suo sedile: «Dai, capo, che te ne frega, non c'è nessuno. Io e Martina dobbiamo andare a lavorare. Quello ci licenzia se ritardiamo».

«Ok!... Ok!... Tranquilli... vado... Guardate se vedete qualcuno dietro...» All'inizio sobbalzammo un poco per colpa dei residui del cantiere, poi però l'asfalto vergine dello svincolo appena fatto ci accolse, guidandoci fuori da quell'ingorgo maledetto. Mentre scendevamo lievi e ci lasciavamo alle spalle quella maledetta superstrada, cercavo di attivare il navigatore del cellulare per capire dove cavolo fossimo finiti. Ma niente, nessun segnale. Arrivati in fondo, solo una stradina appena asfaltata ci attendeva, curvando dentro un sottopassaggio proprio sotto la superstrada. Sullo sfondo, una pianura brulla e desolata.

In effetti, una volta sputati fuori da quel buco, la stradina nera come la notte continuava parallela e in direzione contraria. Per qualche chilometro fummo rincuorati, in attesa di trovare un altro svincolo per risalire o quanto meno un cartello per la vecchia, cara e tanto ingiustamente bistrattata strada statale.

Ma ben presto ci accorgemmo che qualcosa non andava.

Le nubi erano sparite per dare il posto a un sole giallo e nervoso. L'aria era piatta e rarefatta. E il silenzio ovattato e malinconico ci accompagnava inesorabile su quella stradina che sembrava non avesse fine. Attorno a noi, macerie e case diroccate, cumuli di sabbia e carcasse arrugginite di antichi escavatori. Solo il borbottio instancabile del vecchio Menarini rompeva quell'atmosfera onirica.

I passeggeri cominciavano a spazientirsi e ad armeggiare con i cellulari nella speranza di trovare un segnale. L'unico che ebbe pietà di me fu Pippo, che porgendomi la sua borraccia...

«Ci siamo persi, capo? A me non importa, un giorno di scuola in meno», annuii stringendo nervosamente lo sterzo tra le mani. «Carmine aveva i compiti, aveva studiato tutto il giorno... A lui rode. Ma è secchione, che ci vuoi fare».

Venne il turno di Tommaso: «Capo, scusi, ci vuole ancora molto? Non vorrei trovare...» Lo Iobloccai con uno sguardo. Ma erano tutti giustamente agitati. Tutti, tranne quel vecchio malefico che sorrideva beffardo.

Frenai di colpo, attraversai come una furia tutto il bus e lo presi per il bavero, furioso: «Dove cazzo siamo? Dov'è la strada giusta?! Tu ne sai qualcosa, sicuro». I due nigeriani e Tommaso ci divisero. Lui, per niente scomposto, fece un gesto con la mano: «Continua... vai... di là... di là», continuando a ridacchiare beffardo.

«Capo, non c'è niente da fare. Dobbiamo continuare. Prima o poi deve andare meglio. Tranquillo!», mi sussurrò Bruce dandomi una pacca sulla spalla.

Riprendemmo il cammino. La stradina cominciò a prendere una certa pendenza. Mano a mano sempre più ripida, tanto da costringermi a scalare di marcia. E mentre scendevamo, la superstrada, alla nostra sinistra, sembrava sempre più alta e maestosa.

«FERMATI, CAPO!», la voce di Carmine mi fece inchiodare. In tanto tempo l'avrò sentita solo un paio di volte e sempre per motivi seri, come quando si accorse di un'auto che ci stava arrivando addosso!

«C'è qualcosa lì! Fammi scendere un attimo... Qualcuno mi può aiutare per favore?» Tommaso e Bruce lo seguirono e, da uno dei tanti cumuli di terra, liberarono un cartello: "San Oblivisci 10 Km".

«Capo! Un paese! Da quella parte!!», esclamò il piccolo Carmine soddisfatto, con l'aria di chi ha salvato tutti.

Ritornò il sereno e, per quanto ancora il segnale dei cellulari non fosse ricomparso, per tutto il viaggio ci si domandò chi fosse San Oblivisci. Nessuno, in realtà, ne aveva sentito parlare e nessuno ricordava un evento o una festa di questo strano paese.

La discesa finalmente era finita e dalla superstrada cominciarono a spuntare dei grandi piloni. Giganteschi, come di palazzi. Una campata lunghissima e, sotto l'impalcato, si intravedevano nell'ombra le abitazioni tipiche dei paesini. Finché un cartello mezzo arrugginito, che penzolava obliquo e cigolante come la vittima di un'impiccagione, recitava: "Benven...", con la stradina che finalmente curvava, portandoci proprio sotto quell'oscura campata.

La vecchia salma cominciò a ridacchiare. Seduto composto, guardava dal finestrino quelle case inghiottite da quell'ombra malsana e iniziò una cantilena. La stradina curvò di nuovo, entrando nel paese silente, tra le case abbandonate e grigie. «Siamo arrivati», ridacchiava il vecchio. «Siamo arrivati». E noi, in silenzio e turbati, sentivamo gelare il sangue ogni volta che apriva bocca.

Arrivammo a uno spiazzo, forse una piazza. Attorno a noi solo case abbandonate dalle finestre sventrate e le porte spalancate. Qualche panchina e un lampione rotto. E uno strano edificio sopra una piccola scalinata. Sembrava che la superstrada lo avesse sventrato per metà. Forse una chiesa.

«Ferma! Ferma, siamo arrivati!!! Siate felici!! Arrivati... sani e salvi». Il nostro inquietante passeggero, euforico, mi costrinse a fermarmi e ad aprire la porta. Noi increduli lo guardammo salutarci cortesemente e scomparire tra le ombre.

Poi il Menarini si spense! Di colpo.

Eravamo fermi lì, in una piazza di un paese abbandonato, circondati da ruderi fatiscenti avvolti dall'ombra tetra sotto un cielo di cemento armato. Dentro di noi un senso di angoscia scendeva lungo la schiena come un cencio bagnato.

Non partiva. Il Menarini non dava segno di vita. La chiave girava a vuoto, solo le luci interne ci salvavano da quella desolazione. Tutti pensammo alla batteria. Scendemmo e aprimmo il vano motore cercando di capirci qualcosa. Martina fu la prima a notare qualcosa. Mentre cercava di sgranchirsi le gambe con lo smartphone in mano nella speranza di trovare segnale, sentì qualcosa. O qualcuno che l'osservava. Venne da noi terrorizzata, indicando una casetta a due piani col soffitto sventrato e un balconcino pericolante.

«Lì», disse, mentre con un tono affannato si toccava il petto. «Lì c'è qualcosa».

Poi uno scricchiolio, prima lieve, poi sempre più forte, come se dalle macerie stesse uscendo qualcosa. Ma nessuno riusciva a vedere niente. Un vento gelido arrivò impietoso e nei ruderi si sentirono sbattere i pochi infissi rimasti attaccati. Alla fine arrivò il lamento. Sembrava arrivare da ogni parte, da dentro ogni casa. Amaro, disperato, ci entrava nella mente e nelle ossa.

Ci catapultammo dentro il bus. Ma la porta per i passeggeri, col motore spento, non si chiudeva. Bisognava sbloccare l'ingranaggio da una leva dentro uno dei portabagagli accanto alla ruota anteriore. Dovetti scendere io, ero il solo a sapere cosa toccare, mentre Jim e Bruce erano pronti a chiudere la porta a soffietto.

Il lamento divenne più forte, era come se migliaia di anime si contorcessero tra le fiamme, e ombre nere come la disperazione si allungavano da ogni porta o finestra dei ruderi, avanzando attirate dalla nostra presenza.

Sbloccai il meccanismo e i due ragazzi chiusero di scatto la porta. Rimasi fuori. Per quanto provassero, la porta rimase bloccata. Rimasi bloccato fuori.

Il loro sguardo. Non so cosa videro. Non ebbi il coraggio di girarmi. Tutti i passeggeri guardavano dai finestrini qualcosa. I loro occhi vitrei e spalancati. Chi si abbracciava, chi batteva sui vetri, chi mi gridava di scappare.

Feci l'unica cosa che potessi fare e, d'istinto, mi chiusi dentro il portabagagli.

Al buio, in quella specie di bara.

Sentii le urla dei passeggeri e l'esplodere dei vetri dei finestrini. Stavano lottando. Ma contro cosa? Martina chiedeva aiuto a Tobia e Manuele. Pippo e Carmine gridavano che qualcuno aveva preso Tommaso, portandolo via verso le case.

Già, i ragazzini! Dovevo fare qualcosa!

Ricordai di un pannello di comunicazione tra il pavimento e il portabagagli. Nel buio, a tastoni, lo trovai e, con due calci ben assestati, lo aprii sbucando in mezzo a quel casino. Afferrai i due ragazzi e li buttai dentro. Ma quello che vidi dopo rasentava la follia. Tobia era riuscito a salvare Martina, ma un'ombra nera aveva infilzato Manuele come un involtino e tirato dentro una casa. Bruce e Jim lottavano a colpi di zaino contro dei tentacoli che cercavano di acchiapparli. «TUTTI QUI DENTRO!», gridai.

Si fiondarono in un lampo e io chiusi sopra di me il portello.

Ammassati in quella specie di loculo angusto e buio, la puzza di gasolio, l'aria stantia e rarefatta, e le urla che sbattevano violente rompendoci i timpani e contorcendo le lamiere. Non so perché non riuscivano a entrare, ma noi comunque bloccavamo le due uniche entrate con tutta la forza. Resistemmo. Per quanto, non lo so.

Poi il silenzio. Una vocina stridula: «Basta... basta... va bene così... potete andare. Per ora tornate a casa. Ci penso io... andate su...»

Fu difficile, la testa ancora rimbombava per colpa di quel terrificante frastuono, ma alla fine lo riconoscemmo. Era quello strano vecchio, scomparso non appena arrivati. Quasi ci eravamo dimenticati di lui. Ma in effetti tutto iniziò dopo che scese dall'autobus.

«Uscite. Su, non abbiate paura», sibilava da fuori bussando leggermente sulla lamiera ammaccata.

«CHI CAZZO SEI TU!!», gli urlai stremato.

«Io?... Io sono colui che parla...»

«NO! TU SEI COLUI CHE HA ROTTO I COGLIONI!!! Che vuoi... che volete da noi!?», risposi sempre più arrabbiato.

E lui, quasi serafico, continuava con quella sua vocina: «Uscite. È tutto finito. Sono solo io... nessuno vi farà niente». Avevamo bisogno di un piano. Dovevamo andare via da quel posto. L'unica speranza era riaccendere il Menarini oppure scappare dall'altra parte usando la portiera dell'autista, sgattaiolando dal portello sul pavimento, mentre io sarei uscito per distrarre la salma.

«Sto uscendo!», gridai. «Solo io per adesso... così parliamo».

Le ammaccature bloccarono le cerniere e io dovetti scivolare a terra da quel poco che riuscimmo ad aprire. Rialzandomi, la vecchia salma era dritta di fronte a me, accogliendomi con le braccia aperte e quel fastidioso sorriso sul suo viso ossuto. Io lo guardai minaccioso.

«Hai visto?», mi disse cercando di rassicurarmi. «È tutto tranquillo, non c'è più niente di cui preoccuparsi».

Ancora scombussolato e col respiro affannato: «Che cazzo sta succedendo! Chi cazzo siete, cos'è questo dannato posto?»

E lui con un tono rassicurante: «Io sono... Noi siamo queste pietre, queste mura... questa terra. Lasciate abbandonate e all'ombra di un cielo di cemento. Un tempo assaggiamo la disperazione di chi ci viveva e fummo bagnate dalle loro lacrime e dal loro sangue. Ci manca... ne abbiamo bisogno».

Parla, parla, pensai. Mentre mi guardavo attorno, vidi un cumulo di macerie con una bella spranga che spiccava come la spada nella roccia. Finsi di barcollare, facendo in modo che mi seguisse con lo sguardo e portandolo con le spalle al Menarini. Annuivo mostrando tristezza ed empatia al suo farfugliare, intanto gli altri, piano piano, uscivano dal pavimento e andavano verso il posto di guida.

Lui sorrideva, con quella faccia scheletrica e bianchiccia dalle labbra rosse come una mela. Diceva cose, raccontava aneddoti, cattedrali sventrate, messe vuote. A me faceva solo male la testa, ero incazzato e volevo tornare a casa. Mi sarebbe piaciuto buttare lì una frase a effetto stile action movie anni ottanta, qualcosa che suonasse tipo "Non si parla all'autista, baby". Ma agguantai la spranga e, come un guerriero medievale, la feci roteare fino a farla schiantare sul cranio della salma. Un suo occhio schizzò via e il suo collo fece "CRAK!!", facendo penzolare la testa sulla spalla. Cadde come una marionetta rotta.

Ma in quel momento, magicamente, il Menarini riprese vita e tornò a borbottare.

Jim era alla guida, ingranò la marcia e partì in una vorticosa inversione a U, cercando di riprendere la strada da cui eravamo venuti. Mi passarono davanti, corsi e Tobia e Bruce mi tirarono dentro da un finestrino rotto.

Eravamo in fuga e le voci ripresero. Dal buio dei ruderi dei puntini rossi iniziarono a brillare e le ombre ripresero a muoversi, cercando di bloccarci.

Cinquanta all'ora su una stradina in mezzo a un paese abbandonato. Jim pestava sull'acceleratore mentre cercava di tenere lo sterzo. Tentacoli neri ci venivano contro, ma questa volta erano più deboli: per quanto si aggrappassero alle lamiere contorte, non riuscivano a bloccarci.

Ce li trovammo davanti, sbucati dal nulla: Manuele e Tommaso, con le bocche spalancate e le orbite nere e vuote. In mezzo, la salma rinsecchita col collo rotto e la testa appoggiata alla spalla. Col braccio teso e la mano aperta cercavano di fermarci. La loro presenza non ci impietosì, anzi! Tutti gridarono di accelerare, ma io notai che Jim indugiava.

«SCALA LA MARCIA E ACCELERA!», gli gridai. «SCALA QUELLA CAZZO DI MARCIA E ACCELERA!!!». Jim sembrava imbambolato. Io, di fianco a lui, forzai la leva, scalai la marcia e pestai il mio piede sul suo, accelerando. Vibrò tutto e il motore gracchiò furioso mentre schizzavamo verso la salvezza. Manuele e Tommaso furono scaraventati ai lati della strada, mentre la vecchia salma rimase mezza spiaccicata sul muso, con metà del busto che tentava di entrare.

Me lo trovai davanti con quelle ossa secche che tentavano di aggredirci. Lo guardai, ero stanco. Ero furioso!

«Non si disturba il conducente!!», e mi partì un pugno veloce come un missile dritto dritto sul suo ghigno. (Sì, lo dissi davvero. Una figata!).

Volò sulla strada proprio sotto le ruote, il Menarini ci camminò sopra scavalcando come su un dosso. Sembrava volesse prendersi una rivincita. Poi la curva e fummo di nuovo fuori.

Il sole era quello alto e caldo di mezzogiorno. Percorrevamo di nuovo quella stradina ma in senso contrario. Di nuovo polvere, macerie e silenzio. Di fianco a noi la Superstrada 66 si abbassava al nostro livello; solo un terrapieno di qualche metro ci separava.

Ma il Menarini era stanco, il suo vecchio motore diesel aveva dato il possibile. Diede gli ultimi colpi di tosse e si fermò, sbuffando un denso fumo nero.

Non avevamo altra scelta. Scendemmo e iniziammo ad arrampicarci sul terrapieno per arrivare alla superstrada. Lì sicuramente qualcuno sarebbe passato. Sicuramente qualcuno ci avrebbe portato in salvo. In qualunque direzione.

Quando scavalcammo il guardrail e posammo i piedi sull'asfalto nero e immacolato, sembravamo sopravvissuti a un'apocalisse. Stanchi, sudati e sporchi di fuliggine.

Ci guardammo in ogni direzione fino ad avventurarci sullo spartitraffico.

Niente. Attorno a noi solo silenzio, desolazione, un sole a picco sulle nostre teste e due strisce d'asfalto a quattro corsie.

Nere, dritte a perdita d'occhio. Sembrava quasi di essere in mezzo a due distinti orizzonti.

Spaesati, confusi, gridavamo aiuto. Ma la nostra voce rimbombava nel silenzio.

«Guardate! Lì c'è qualcuno! Viene verso di noi», disse Pippo, indicando l'orizzonte e facendosi ombra con la mano.

Arrivò prima una cantilena, poi quella vocina stridula che ci salutava. La figura della vecchia salma ossuta si stagliava da dietro il sole e la sua ombra minacciosa si avvicinava a noi pericolosamente.