domenica 3 maggio 2026

LA GRANDE CITTA' SENZA NOME!

 Questi sono i primi capitoli del mio libro. E' una storia a cui sono molto legato perchè accompagno lunghi pomeriggi insieme a mio figlio, durante i bagnetti e durante i noiosi pomeriggio in quella infausta pandemia. Tutto inizio una sera a casa di mia madre. Noi viviamo in una villetta dove, fin da quando aveva imparato a camminare, era abituato a saltare, muoversi e fare casino senza preoccuparsi. ma quella sera a terzo piano del palazzo dove vive mia mamma rimase stupito dal fatto che sotto il pavimento e oltre il soffitto vivessero altre persone. Ecco l' iniziò tutto. Da quella suggestione nacquero i grattacieli della grande città e dalla sua fantasia i nomi e le caratteristiche dei protagonisti. Io non inventavo solamente ma coinvolgevo mio figlio in un avventura in cui lui era parte narrante.

La storia che ne venne fuori durò qualche anno e molto più lunga di quella riportata nel libro. Decisi di prendere le parti migliori e bloccarle su carta. Sarebbe stato un peccato lasciarla libera di disperdersi nei ricordi.

buona lettura.




Eppure, come enormi termitai, brulicavano di vita.

Gli abitanti, che a differenza delle colonie di insetti che per far sopravvivere la propria comunità si avventurano nell’ambinete in cerca di cibo, avevano assopito quell istinto ancestrale. Chiudendosi in quegli enormi e grigi parallelepipedi coccolati dalla tecnologia.

Ogni grattacielo, infatti, era come una piccola isola dentro la grande città senza nome. Ogni piano era organizzato per avere uno scopo. C’erano piani in cui si lavorava, piani con gli appartamenti ed altri adibiti a centri commerciali, con negozi e supermercati. Mentre, ai livelli più bassi, di solito, si trovavano gli ospedali e le fabbriche. Tutto era perfettamente organizzato, ogni spazio sfruttato al millimetro, perfettamente efficiente. Niente era lasciato al caso.

I piani dedicati ai bambini contenevano scuole, biblioteche e zone gioco. I parchi erano enormi stanzoni pieni di giochi in plastica e coi pavimenti interamente ricoperti da tappeti sintetici.

In effetti tutto era sintetico. Nessuno ricordava più la luce del sole, il vento e le stagioni. Tutto era regolato da lampadine e aria condizionata che generavano un clima mite e sempre uguale.

La vita si svolgeva meccanica e monotona.

Gli abitanti si spostavano con gli ascensori, unico mezzo di trasporto. Ve ne erano di ogni tipo e per ogni necessità.

Ognuno  viveva nel suo alloggio, nel suo piano. Tutti avevano quello di cui avevano bisogno proprio a un passo e non sentivano la necessità di andare oltre. I bisogni degli abitanti erano talmente ben soddisfatti da impedire il nascere di qualsiasi curiosità  che superasse  quelle mura.

   

I Monelli impossibili!

Paco non era il tipico bambino che trovavi nel grattacielo. Dietro quegli occhi vispi e sotto quei capelli arruffati c’erano storie fantastiche che aspettavano di essere vissute. Quando imparò a leggere, per lui, fu come acquisire un super potere, come ottenere i comandi di un astronave  o il timone di un vascello, perché aveva già visto tutti i film e cartoni esistenti e non gli bastavano più.

I libri e i fumetti , presenti nel database del palazzo, furono per lui una rivelazione. Da quel giorno le bianche e pallide pareti della sua stanzetta, un cubo anonimo e senza finestre,  crollarono mostrando paesaggi incantati, castelli e sentieri dorati, mari in tempesta e galassie lontane lontane. I  suoi genitori lo vedevano steso al centro della sua stanza, ma, in realtà, Paco era altrove.

Col suo entusiasmo e la sua immaginazione era riuscito a trascinare i suoi piccoli amici nelle sue fantasie.

C’era Alice, dalle lunghe trecce e i grandi occhialoni. Amava studiare. Nessuna materia era abbastanza difficile o noiosa per lei, ma la sua vera passione era disegnare. La vedevi stesa nella sala parco col suo album e tanti colori e pastelli intorno a lei. L’ avevano soprannominata “la navigatrice” perché, nei loro voli di fantasia, amava creare mappe di luoghi con tesori nascosti.

I gemelli Zick e Thorn. Due biondini riccioluti pieni di idee. Erano un duo affiatassimo, Zick era detto “il Cercatore”. Riempiva il suo zaino di qualunque cosa gli capitasse a tiro. Batterie, fili elettrici, rottami di tutti i tipi che finivano dritti dritti nelle mani del fratello, detto “l’Ingegnere”, che ne ricavava torce, binocoli, periscopi e altri oggetti utilissimi. Agli occhi degli altri bambini, a volte, sembravano un po’ eccentrici e strambi. Li osservavano stupiti quando in uno dei giochi della sala li sentivano emettere suoni, agitare strani oggetti, recitare formule magiche, combattere esseri invisibili, come se fossero davvero dentro un castello o stessero abbordando una nave.

Era tutto vero nella mente dei nostri piccoli amici, ma sapete come si dice, un bel gioco dura poco. Cosi un bel giorno i nostri piccoli amici si guardarono attorno e fecero la più importante delle loro scoperte.

La porta d’uscita.

Per loro sgattaiolare fuori fu solo l’inizio delle loro avventure.

Il Capo Guardia Sam li conosceva bene, li chiamava i Monelli impossibili!

Quando impari a vedere più lontano del tuo naso, quegli stanzoni costruiti e fabbricati col solo scopo di tenerti occupato per un paio d’ore, cominciano a diventarti stretti. E così capitava spesso che i nostri amici si avventurassero su e giù per il grattacielo cercando qualcosa di nuovo e di diverso.

Era normale che in un palazzo alto quasi fino alle nuvole ci fossero altre stanze per far giocare i bambini, ma i Monelli si accorsero con grande rammarico che erano tutte assolutamente identiche. Stessa grandezza, stessi giochi, addirittura stessa disposizione. Quindi cercarono altro. Esplorarono tutti i piani a loro accessibili, prendendo quasi tutti gli ascensori.

E perdendosi ogni volta.

Il Capo Guardia Sam, allertato dai loro genitori, li recuperava in posti che nemmeno lui immaginava esistessero!

Quanti giorni di punizione, quanti pomeriggi a raccontarsi e a ripercorrere le loro avventure costretti a casa, nelle loro camerette, parlando solo attraverso un monitor! Quante ore a progettare in segreto il prossimo percorso, a riguardare le mappe di Alice, organizzare gli strumenti di Zick e Thorn! In fondo, per quanto li potessero obbligare a stare nelle sale parco, la porta d’uscita era sempre lì che li attirava.

Per un gruppo di giovani avventurieri, quelle punizioni, erano solo un piccolo prezzo da dover pagare.

 La Finestra

La palla rotolava veloce lungo il corridoio 23 del piano 784 finendo qua e là tra le gambe dei passanti e sbattendo nelle pareti e nei monitor di comunicazione. Paco e la banda dei Monelli Impossibili la rincorrevano divertiti ignorando i rimproveri e il fracasso mentre correvano verso uno degli ascensori che li avrebbe portati alla stanza parco.

A volte le cose avvengono per caso o per colpa di una mano invisibile che fa in modo che accadano. Fatto sta che la palla prese una direzione totalmente diversa da quella programmata, finendo in uno dei bagni pubblici del piano e, sbattendo contro una parete, fece cadere a terra un pannello.

I monelli impossibili entrando, guardarono quello sfacelo con preoccupazione. Erano appena usciti da una delle loro punizioni, dopo essere stati trovati a frugare nel magazzino di una pasticceria, se non fosse stato per il mal di pancia causato dall’enorme quantità di dolci, sarebbero stati ancora nelle loro stanzette. Quindi, avere altri guai era fuori discussione. Ma la squadra era pronta all’azione. Organizzati ed efficienti come delle spie. Mentre Alice faceva il palo fuori dal bagno, i gemelli Zick e Thorn iniziarono a cercare nei loro zaini qualcosa con cui riattaccare il pannello caduto e Paco, beh, Paco aveva notato qualcosa di stano. Quel danno aveva rivelato una gomma isolante.

Normalmente sarebbe dovuta essere tesa e ferma, ma questa, invece, si gonfiava come una vela, tanto che da un piccolo forellino fuoriusciva un sottile soffio freddo.

Qualcuno una volta disse che la curiosità uccise il gatto, ma senza curiosità nessuna storia avrebbe mai inizio.

La mano di Paco si fece largo nello spiffero lacerando la gomma piuma e creando uno squarcio abbastanza largo da infilarci la testa. Vide una luce lontana che brillava a intermittenza alla fine di un lungo corridoio.

Cosa era? Dove portava? Queste e tante altre domande sicuramente sarebbero balenate nella mente di ognuno di noi, costringendoci a una profonda e seria analisi della situazione e dei probabili rischi nell’intraprendere quella strada.  Domande e dubbi che sicuramente affiorarono anche nella mente dei nostri piccoli amici, ma solo per una misera frazione di secondo, visto che si fiondarono subito dentro quel angusto cunicolo in fila indiana.

Attirati come falene, avanzavano a tentoni, tenendosi a fili e scavalcando tubi, guidati da quel soffio fresco e insistente che profumava di qualcosa di antico e ancestrale. E poi quel battito. Sordo e costante. Sincronizzato alla luce misteriosa. Come di qualcosa di imprigionato che cerca di uscire.

TUM, TUM, TUM.

E mentre lo spiffero di aria fresca si faceva più forte e spicchi di luce illuminavano a intermittenza l’ambiente sporco e angusto, s’imbatterono in un oggetto che nel loro mondo era davvero inusuale trovare:

Una finestra! Con una maniglia difettosa.

I gemelli la analizzarono con attenzione.

Si consultarono. Per loro vedere una finestra, vedere una maniglia, aveva lo stesso effetto di vedere un unicorno che mangiava un gelato alla menta. Nessuno ha mai visto un unicorno mangiare un gelato alla menta e loro non avevano mai visto una finestra, con tanto di maniglia. Nei loro abitacoli cubici l’unica apertura era la porta automatica.

Thorn l’esaminò con attenzione, studiò il meccanismo, guardò Paco, Alice e suo fratello, prese un bel respiro e con un gesto sicuro della mano girò l’ impugnatura. La finestra si aprì di botto lasciando entrare aria fresca e balsamica. Una luce calda inondò tutto. Ai nostri piccoli monelli non rimase che fare quello che nemmeno i loro genitori avrebbero mai pensato di fare nella loro vita.

Affacciarsi!





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La Grande citta Senza Nome

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